Le terapie cellulari CAR-T, già utilizzate con successo in alcune forme di tumori ematologici, stanno emergendo come una nuova possibile frontiera anche nel trattamento delle malattie autoimmuni sistemiche più gravi. Si tratta di approcci terapeutici altamente innovativi che potrebbero offrire nuove opportunità ai pazienti che non rispondono ai trattamenti disponibili.
A fare il punto su questa prospettiva è la Fondazione Italiana per la Ricerca in Reumatologia (FIRA), che sottolinea come l’interesse scientifico per le CAR-T stia crescendo rapidamente anche nell’ambito delle patologie autoimmuni.
«Negli ultimi vent’anni, la ricerca reumatologica ha compiuto progressi straordinari nello sviluppo di nuove terapie» spiega la Dott.ssa Nicoletta Del Papa, Consigliere FIRA, Responsabile della Scleroderma Clinic, UOC Clinica Reumatologica dell’ASST Pini-CTO, Università degli Studi di Milano. «L’introduzione dei farmaci biologici e delle cosiddette small molecules ha profondamente modificato la storia naturale di molte malattie autoimmuni, migliorando la prognosi e la qualità di vita di milioni di pazienti. Tuttavia, una quota significativa di persone affette da queste patologie continua a non rispondere ai trattamenti disponibili e può andare incontro a progressione di malattia e danno d’organo».
Le malattie autoimmuni reumatologiche comprendono un ampio gruppo di condizioni – tra cui artrite reumatoide, lupus eritematoso sistemico, sclerosi sistemica, sindrome di Sjögren e vasculiti – in cui il sistema immunitario perde la capacità di distinguere il “self” dal “non-self”, attaccando tessuti e organi dell’organismo. Nel loro insieme interessano circa il 5% della popolazione generale e rappresentano una delle principali cause di morbidità cronica negli adulti.
Una nuova strategia terapeutica
Le CAR-T (Chimeric Antigen Receptor T cells) sono linfociti T del paziente che vengono prelevati, ingegnerizzati in laboratorio e reinfusi. Grazie all’introduzione di un recettore artificiale, queste cellule diventano in grado di riconoscere e distruggere specifiche cellule bersaglio identificate da un marcatore di superficie.
Nel caso delle malattie reumatologiche autoimmuni, il bersaglio principale sono i linfociti B, cellule che svolgono un ruolo chiave nei meccanismi di autoimmunità. L’obiettivo è azzerare l’intera popolazione dei linfociti B — le cellule al centro dei meccanismi di autoimmunità — e permettere la ricostituzione di un sistema immunitario “riprogrammato”, privo della memoria immunologica patologica.
«Nelle forme più severe di malattia autoimmune, soprattutto quando i trattamenti disponibili non sono efficaci, abbiamo bisogno di strategie terapeutiche completamente nuove», continua la Dott.ssa Del Papa. «Le CAR-T rappresentano un approccio molto diverso da quelli tradizionali: non si tratta semplicemente di bloccare una molecola o di sopprimere l’infiammazione, l’idea è quella di “resettare” il sistema immunitario, eliminando l’intero compartimento dei linfociti B, compresi quelli responsabili dell’autoimmunità e permettendo la ricostituzione di un equilibrio immunologico più sano».
Studi in corso anche in Italia
I primi dati clinici disponibili, provenienti soprattutto da centri europei e in particolare tedeschi, stanno mostrando risultati molto promettenti in pazienti con malattie autoimmuni severe e refrattarie alle terapie convenzionali. Anche alcuni importanti centri di reumatologia italiani sono oggi coinvolti in questi programmi di ricerca e sperimentazione clinica, contribuendo allo sviluppo di questa nuova strategia terapeutica.
«La ricerca italiana è pienamente coinvolta in questi avanzamenti», sottolinea Del Papa. «Anche nel nostro centro, in collaborazione con l’Ematologia dell’Ospedale San Raffaele, stiamo seguendo questi studi sulle CAR-T nelle malattie autoimmuni. I risultati preliminari sono molto interessanti e dimostrano quanto sia importante continuare a investire nella ricerca per offrire nuove possibilità ai pazienti».
Gli esperti invitano tuttavia alla prudenza: gli studi sono ancora in fase iniziale, i numeri dei pazienti trattati sono limitati, i tempi di osservazione sono ancora relativamente brevi, i costi sono elevati e la gestione delle possibili tossicità richiede strutture altamente specializzate. «Siamo di fronte a una prospettiva scientificamente molto solida – conclude Del Papa – ma occorre tempo, ulteriori studi, dati clinici robusti e un percorso di sviluppo rigoroso per valutare efficacia a opportunità di applicazione. È proprio questo il compito della comunità scientifica».



