Fibromialgia: FIRA plaude all’inserimento nei LEA. Un primo passo, ma occorre migliorare l’assistenza ai pazienti
Grazie alla ricerca e alla pratica clinica continuano a evolvere le strategie di gestione della fibromialgia, migliorando la qualità di vita delle persone che ne sono affette

L’inserimento della fibromialgia nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), previsto nello schema di aggiornamento del Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri (DPCM 2026, Atto 370), rappresenta un primo importante riconoscimento delle necessità dei tanti pazienti che ne soffrono in Italia. Il provvedimento è stato appena approvato dalla Commissione XII Affari Sociali alla Camera dei deputati, e ora per completare l’iter istituzionale si attende l’approvazione definitiva e la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale

«Siamo in una fase avanzata e decisiva dell’iter - dichiara Enrico TirriConsigliere nazionale FIRA (Fondazione Italiana per la Ricerca in Reumatologia), Direttore UO di Reumatologia Ospedale del Mare Napoli e Docente della Scuola di Specializzazione in Reumatologia dell’Università degli Studi della Campania L. Vanvitelli -. L’auspicio è che il percorso si concluda positivamente e senza ulteriori rinvii, perché l’inserimento definitivo e ufficiale della fibromialgia nei LEA rappresenterebbe un riconoscimento istituzionale fondamentale per una condizione cronica che incide profondamente sulla qualità di vita dei pazienti».

L’aggiornamento dei LEA prevede l’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria per le forme cliniche severe di fibromialgia, solo una parte dei pazienti, identificate secondo criteri scientifici condivisi, limitatamente ai casi con maggiore impatto funzionale. «È un primo passo importante – prosegue il prof. Tirri – che sancisce la dignità clinica della fibromialgia e garantisce tutele concrete almeno ai pazienti più gravi, aprendo la strada ad un auspicato progressivo miglioramento dell’assistenza».

Prof. Tirri
Prof. Enrico Tirri

Una sindrome complessa

La sindrome fibromialgica è caratterizzata da dolore muscolo-scheletrico cronico e diffusodescritto talora dal paziente come “bruciante”, “pungente”, “compressivo”, associato a stanchezza persistente, disturbi del sonno, difficoltà cognitive, alterazioni dell’alvo e disturbi dell’umore, cefalea, con un marcato decadimento della qualità della vita e con conseguente aumento dei costi socio-economici. 

In Italia colpisce circa 1,5–2 milioni di persone, prevalentemente donne (rapporto donne:uomini pari a 9:1), e può presentarsi come forma primaria o isolata, o in forma secondaria, associata ad altre patologie reumatologiche o di altra natura, tra cui le artriti infiammatorie (Artrite reumatoide, Artrite psoriasica etc.), e connettiviti (Sindrome di Sjogren, il Lupus Eritematoso Sistemico, Sclerosi sistemica, etc.). 

«La diagnosi della fibromialgia resta una sfida clinica – spiega Tirri – perché non disponiamo ancora di esami di laboratorio o strumentali in grado di confermarla, in assenza di biomarcatori specifici individuati. È una diagnosi essenzialmente clinica, che richiede competenza, esperienza e l’esclusione accurata di altre patologie».

Negli ultimi anni, tuttavia, i criteri diagnostici sono stati aggiornati: oggi la valutazione si basa su strumenti validati che permettono di misurare la diffusione del dolore, la severità dei sintomi e l’impatto complessivo della malattia, superando il vecchio approccio basato esclusivamente sui “tender points” e consentendo una maggiore uniformità diagnostica.

Percorsi sempre più personalizzati

In assenza di farmaci specificamente dedicati, il trattamento della fibromialgia si fonda su un approccio multidisciplinare e personalizzato, finalizzato principalmente a ridurre o attenuare i sintomi caratteristici. «Le evidenze più recenti confermano che la combinazione di educazione del paziente, attività fisica adattata, supporto psicologico e terapie farmacologiche mirate ai sintomi è oggi la strategia più efficace», sottolinea Tirri.

Innanzitutto, può essere utile promuovere un cambiamento degli stili di vita nocivi per la salute del paziente, e inserirlo in gruppi psicoeducativi, anche di auto-aiuto, per imparare a contenere le ansie della patologia e gestirla meglio. Percorsi fisioterapici e l’attività fisica possono dare un importante contributo al benessere del paziente, sono consigliati yoga, pilates, ginnastica posturale e nuoto. Possono essere di aiuto ai pazienti anche percorsi terapeutici specifici in ambiente termale con la balneoterapia che uno studio recente ha dimostrato dare benefici.

La ricerca più recente sta inoltre mettendo in luce il ruolo centrale dell’asse intestino–cervello: la disbiosi del microbiota intestinale può influenzare il sistema nervoso centrale, la percezione del dolore e la regolazione emotiva. In questo contesto, studi sperimentali suggeriscono che interventi di modulazione del microbiota, incluso il trapianto fecale, possano portare a un miglioramento significativo dei sintomi in alcuni pazienti.

I trattamenti farmacologici che si sono dimostrati efficaci attualmente comprendono antidepressivi, anticonvulsivanti, miorilassanti, analgesici e stanno sempre più emergendo altre opzioni terapeutiche, come i cannabinoidi (derivati della cannabis). Molto utile sembra anche una maggiore personalizzazione della terapia in base alla gravità della malattia, grazie a strumenti come il Fibromyalgia Impact Questionnaire (FIQR) e il Fibromyalgia Assessment Status (FAS) che permettono di classificare la severità dei sintomi, monitorare l’evoluzione nel tempo e adattare l’intensità delle cure. «Solo recentemente negli Stati Uniti la Food and Drug Administration (FDA) ha approvato il primo farmaco specifico per la fibromialgia, la ciclobenzaprina per via sublinguale, con risultati incoraggianti» spiega Tirri.

«Tra le prospettive terapeutiche più promettenti – spiega il prof. Tirri – vi sono quelle legate alla neuromodulazione non invasiva, un ambito di ricerca in forte espansione. Tecniche come la stimolazione magnetica transcranica (TMS), la stimolazione elettrica transcutanea dei nervi (TENS) e, più recentemente, la stimolazione del nervo vago stanno mostrando potenzialità interessanti nel modulare i circuiti del dolore e il sistema nervoso autonomo, in particolare il sistema parasimpatico, che risulta alterato nei pazienti con fibromialgia».

Un ruolo centrale è svolto anche dalla ricerca: il Registro Italiano della Fibromialgia, promosso dalla Società Italiana di Reumatologia (SIR), consente di raccogliere dati clinici su larga scala, mentre il Gruppo di Studio dedicato è al lavoro sulle nuove linee guida per diagnosi e terapia. «L’obiettivo – conclude Tirri – è costruire percorsi sempre più appropriati, basati su evidenze scientifiche aggiornate, che mettano davvero al centro la persona e non solo i sintomi».

Alle innovazioni nella diagnosi e cura della fibromialgia sarà dedicata, il prossimo mercoledì 11 febbraio alle ore 18:30un’intervista in diretta sul canale Facebook di FIRA al prof. Tirri che potrà anche rispondere alle domande degli utenti (iscrizioni al link https://fb.me/e/8OgHrsCzG).

FIRA, grazie alla raccolta fondi del 5x1000, sta sovvenzionando dal 2023 un progetto di ricerca dedicato alla Fibromialgia, coordinato dalla dott.ssa Assunta Capacci, coadiuvata da dott.ssa Giulia Calabrese e dai medici specializzandi del Policlinico Gemelli di Roma. 

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